Vol. 28 N. 3 Dicembre 2008

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Il saluto della Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza al prof. Maurizio De Negri
Il Presidente e il Direttivo SINPIA

Conclusione di un’esperienza decennale
M. De Negri

L’olanzapina nel trattamento di adolescenti con anoressia nervosa restrittiva: la riduzione dell’iperattività come moderatore dell’efficacia
C. Leggero, E. Brunori, S. Calderoni, R. Carissimo, S. Maestro, F. Muratori
Obiettivi. Valutare il contributo dell’olanzapina nella terapia di adolescenti con anoressia nervosa (AN). Materiali e metodi. Un campione di 13 adolescenti (età media: 13.7 anni) in trattamento multidisciplinare per Sindrome Anoressica Restrittiva è stato valutato all’inizio (T0) e dopo 6 mesi di assunzione di olanzapina (T2). In base al grado di riduzione dell’iperattività al T2 sono stati individuati soggetti Responders e Non-Responders. I confronti sono stati eseguiti utilizzando il t-test. Risultati. Nei 6 mesi di trattamento si evidenzia un miglioramento, indipendente dalla dose di farmaco assunto, del BMI, del funzionamento sociale, dei sintomi alimentari, della psicopatologia ansioso-depressiva associata e dell’iperattività. Dal confronto tra Responders e Non-Responders emerge una correlazione positiva tra riduzione dell’iperattività e aumento del BMI. Conclusioni. Il nostro studio evidenzia l’utilità dell’olanzapina all’interno di un trattamento multidisciplinare per l’AN in adolescenza; si ipotizza che la sua efficacia sia mediata dalla riduzione dell’iperattività.

Fenotipi del Disturbo Ossessivo Compulsivo infantile: influenza dell’età di esordio, genere, sintomatologia e comorbidità
G. Masi, S. Millepiedi, C. Pfanner, S. Berloffa, C. Pari, M. Mucci
Introduzione. Il disturbo ossessivo compulsivo (DOC) ad esordio in età infantile è un disturbo relativamente frequente e spesso invalidante. Le implicazioni cliniche di età di esordio, differenza di genere, quadro sintomatologico e comorbidità sono ancora discusse. Nell’ambito della eterogeneità clinica del disturbo, sono stati identificati 4 fenotipi diversi in base al quadro sintomatologico: Contaminazione/Pulizia; Ordine/Simmetria; Dubbio/Controllo e Accumulo, ma le differenze cliniche tra questi fenotipi sono ancora poco esplorate. Metodo. Scopo di questo studio è quello di esplorare tali aspetti in un ampio gruppo di 257 pazienti consecutivi di età compresa tra 6 e 18 anni (età media 13,6 ± 2,8 anni). Risultati. Le forme con Ordine/Simmetria sono risultate più fequenti nei maschi, e più frequentemente associate a tic/sindrome di Tourette. Le forme con il fenotipo Contaminazione/Pulizia prevalgono nelle femmine, presentano un’elevata comorbidità con disturbi ansiosi e depressivi ed una gravità globale minore. Il fenotipo con Accumulo è associato ad una maggiore gravità e ad una frequente comorbidità con fobia sociale e disturbo bipolare. La comorbidità con tic/sindrome di Tourette ed ADHD è più spesso associata al sesso maschile, ad un esordio più precoce dei sintomi ossessivo-compulsivi ed a una minore risposta ai trattamenti Conclusioni. Tali dati suggeriscono che la differenziazione fenotipica del DOC infantile, sulla base della espressione clinica e della comorbidità, può avere significative implicazioni sul piano clinico-prognostico.

Studio della prevalenza a Milano dei disturbi psicopatologici in preadolescenza: progetto “PRISMA”
M. Walder, A. Frigerio, C.E. Preda, A. Albizzati, C. Lenti, M. Molteni
Obiettivi. “PRISMA”, (“Progetto Italiano Salute Mentale Adolescenti”), è il primo grande studio epidemiologico italiano disegnato per definire la prevalenza dei disturbi mentali, in base ai criteri del DSM-IV e dell’ICD-10, in preadolescenti tra 10 e 14 anni che vivono in zone urbane, nonché per analizzare le variabili biologiche e demografiche correlate ai problemi emotivi e comportamentali. Lo studio è stato eseguito in collaborazione tra 7 U.O. distribuite sul territorio nazionale; nel presente lavoro vengono riportati i dati relativi alla città di Milano. Materiali e metodi. È stato usato un disegno di campionamento a due fasi: una prima fase di screening dei problemi emotivo-comportamentali su 979 preadolescenti provenienti da 9 scuole medie della città di Milano (utilizzando una scheda demografica e la CBCL 6-18), e una seconda fase di indagine diagnostica approfondita sui soggetti risultati positivi alla prima fase di screening (utilizzando le scale SDQ, DAWBA, HoNOSCA, C-GAS). Risultati. I soggetti reclutati in fase II erano soprattutto femmine, afferenti alla scuola pubblica, in I media, provenienti da famiglie a basso reddito, con genitori impiegati full-time. Il 19,7 dei preadolescenti otteneva conferma diagnostica alla DAWBA e alle altre scale, dimostrando alta sensibilità di screening tra queste e la CBCL. Le attribuzioni diagnostiche prevalevano però nei maschi di basso reddito e con madre disoccupata. Tra le diagnosi predominavano i disturbi internalizzanti (disturbi d’ansia e disturbi dell’umore) rispetto ai disturbi esternalizzanti (oppositivo-provocatorio, della condotta, ADHD), presenti praticamente solo nei maschi. Infine, solo il 7% dei soggetti con diagnosi alla fase II aveva aderito ai servizi di salute mentale. Conclusioni. I dati emersi sembrano fornire un quadro descrittivo sulla popolazione preadolescente della città di Milano in linea con i dati riportati nello studio nazionale. Rispetto ai dati internazionali invece, un dato di rilievo è la maggior presenza di disturbi internalizzanti rispetto agli esternalizzanti. I correlati socio-demografici associati alla psicopatologia che emergono dallo studio sono in linea con quelli presenti in letteratura. La scarsissima affluenza degli adolescenti in difficoltà ai Servizi di Salute Mentale dimostra l’importanza di una pianificazione e organizzazione mirata dei servizi di prevenzione e riconoscimento diagnostico del disagio psichico in questa fascia di età.

Neuroni specchio e funzioni cognitivo-motorie
L. Fogassi
Numerosi studi neuroanatomici e neurofisiologici ci permettono di affermare, diversamente da quanto classicamente ritenuto, che il compito del sistema motorio non è tanto quello di tradurre in movimenti il prodotto dell’elaborazione percettiva, quanto di codificare lo scopo degli atti motori e delle azioni in cui questi atti sono inseriti. Tale codifica è stata chiaramente dimostrata negli ultimi vent’anni nei neuroni di varie aree premotorie della scimmia. La rappresentazione degli atti motori della mano e della bocca quali afferramento, manipolazione, ecc. presente nell’area premotoria ventrale F5, costituisce una conoscenza motoria interna, che permette a sua volta la costituzione di neuroni visuomotori complessi, quali i neuroni specchio, che si attivano sia quando la scimmia esegue un atto finalizzato, sia quando osserva lo stesso atto svolto da un altro individuo. Si è ipotizzato che tale integrazione tra osservazione ed esecuzione di un atto motorio a livello di singolo neurone sia alla base della comprensione degli atti motori eseguiti dagli altri. Questa proprietà è presente non solo nella corteccia premotoria, ma anche nella corteccia parietale inferiore, grazie alle ampie connessioni reciproche tra le due regioni corticali. Successivi studi hanno dimostrato che i neuroni che codificano gli atti motori (p. es. prendere) sono in grado di codificare anche lo scopo finale dell’azione (p. es. prendere per mangiare) in cui questi atti sono inclusi, fornendo così una primitiva base neurale per la codifica automatica dell’intenzione propria e altrui. Il sistema dei neuroni specchio, come dimostrato da numerosi studi elettrofisiologici e di neuro immagine, è presente anche nell’uomo e comprende la corteccia premotoria, il giro frontale inferiore e la corteccia parietale inferiore. La sua attivazione durante l’osservazione è modulata dall’esperienza motoria che l’osservatore possiede relativamente ad una determinata azione, come è stato dimostrato per la danza. Nell’uomo si è dimostrato che il sistema specchio è coinvolto in modo cruciale nei compiti di imitazione e nella comprensione dell’intenzione motoria altrui. Inoltre studi recenti ne mostrano la presenza nei bambini, anche molto piccoli. Data la sua importanza per i processi imitativi e di comprensione intenzionale, si è suggerito che una sua anomalia possa spiegare i disturbi della sfera relazionale mostrati dai soggetti con sindrome autistica. In realtà recentemente si è visto che uno di questi aspetti, la comprensione dell’intenzione motoria altrui, nei bambini autistici risulti deficitario a causa di una anomalia nell’organizzazione intrinseca delle azioni intenzionali. Infine, la plasticità dimostrata dal sistema specchio in esperimenti che coinvolgevano apprendimenti di atti motori nuovi suggerisce che esso possa essere utilizzato in interventi di tipo riabilitativo su base osservativa, come già alcuni studi pilota sembrano indicare.

Tourette: recenti acquisizioni
C. Cianchetti, T. Pisano, G. Gaspa
Questa breve review illustra i principali progressi ottenuti negli ultimi anni relativamente alla genetica, alle strutture cerebrali coinvolte e relativi neurotrasmettitori e alla terapia del disturbo di Tourette. Il disturbo ha una ereditarietà complessa con gene di maggior effetto in 2p32.2 e associazione, in alcuni casi, con il gene SLITRK1. Contraddittori appaiono finora i risultati sulle aree coinvolte, studiate sia con RM volumetrica, sia con RM funzionale, sia con PET; ovviamente i nuclei della base hanno un ruolo fondamentale. Alle conoscenze sui meccanismi neurotrasmettoriali hanno contribuito studi SPECT e PET, ma i dati più importanti sono ancora quelli derivati dalla risposta ai farmaci, che indicano il ruolo fondamentale della dopamina (DA), con possibile coinvolgimento della noradrenalina. Ancora fortemente dibattuta è l’esistenza di sindromi su base autoimmune (PANDAS). È possibile che, su una predisponente struttura su base genetica, si inseriscano variamente fattori ambientali, tra i quali le infezioni streptococciche. La terapia comportamentale “habit reversal” risulta essere un buon coadiuvante della terapia farmacologia, la quale si basa ancora soprattutto sui bloccanti i recettori alla DA, ma anche sugli agonisti della DA a dosi “presinaptiche” e, ancora da confermare, sugli antagonisti degli androgeni. L’elettrostimolazione cerebrale profonda può dare importanti giovamenti nei casi molto gravi e farmacoresistenti

Plasticità del SNC
D. Riva, C. Vago, A. Usilla, C. Treccani, S. Esposito, S. Bulgheroni
In questo testo viene affrontato il grande tema della plasticità cerebrale. La plasticità è il complesso di meccanismi molecolari e strutturali, interfacciati in modo imprescindibile con l’esperienza, che agisce sia nella normalità, (ritmata da periodi sensibili e critici), che nella patologia, per il recupero e la riorganizzazione funzionale dopo lesione cerebrale. I sistemi funzionali non recuperano allo stesso modo: il sistema motorio tende a shiftare nell’emisfero contro laterale, quello sensitivo a riorganizzarsi in quello ipsilesionale. Il linguaggio ha capacità riorganizzative più plastiche rispetto ad altre funzioni, a spese dell’emisfero destro se la lesione è molto precoce. L’ambiente arricchito, inteso come ecologicamente più vivace, favorisce la riapertura di periodi critici ed il rimodellamento della cromatina. Sono qui illustrati gli studi clinici e quelli più recenti con tecniche di neuro immagine, relativi alla riorganizzazione dei sistemi motori e neurosensoriali, ma anche delle funzioni psichiche superiori sia verbali che non verbali, dopo lesione cerebrale. Questi studi portano alla conclusione che la riorganizzazione neuronale e quindi funzionale dopo una lesione emisferica, può esprimersi secondo tutti i pattern possibili: trasferimento completo nell’emisfero controlaterale, riorganizzazione interamente nell’emisfero ipsilesionale, ed infine riorganizzazione distribuita fra i due emisferi. Un’altra conclusione importante è che la plasticità neuronale, che è continuamente e naturalmente in fieri dalla nascita alla vecchiaia, può essere ripristinata dall’“ambiente arricchito” fino al rimodellamento della cromatina, dando quindi evidenza che la riabilitazione e la sollecitazione ambientale siano forti induttori e modellatori della plasticità.

L’ipotesi neuroevolutiva della schizofrenia: il ruolo della via di Wnt
I. Ardizzone, F. Nardecchia, T.I. Carratelli
L’ipotesi neuroevolutiva della schizofrenia propone che l’interazione tra eventi genetici ed ambientali che avvengono durante i periodi critici precoci della crescita neuronale possa influenzare negativamente il percorso attraverso cui le cellule nervose vengono posizionate, differenziate e selettivamente selezionate per l’apoptosi. I risultati delle nuove ricerche offrono profonde intuizioni sulla regolazione dello sviluppo cerebrale ed i geni della famiglia Wnt giocano un ruolo centrale nel normale sviluppo cerebrale. L’attivazione della via di Wnt porta all’inattivazione della glicogeno sintasi chinasi-3ß (GSK-3ß), l’aumento dei livelli e quindi dell’attività della ß-catenina e l’espressione di geni coinvolti nello sviluppo neuronale. Questo lavoro tratta delle alterazioni della trasduzione del segnale della via di Wnt che potrebbero rappresentare la causa del neurosviluppo aberrante nella schizofrenia. Anche la morte cellulare programmata rappresenta una componente essenziale del normale sviluppo cerebrale. L’anomala distribuzione neuronale che si ritrova nei pazienti schizofrenici potrebbe implicare un’alterazione nei processi di apoptosi; processo a cui partecipa la GSK-3. Dunque in questo lavoro è preso in considerazione un possibile ruolo della GSK-3 nell’etiologia della schizofrenia.

Psicopatologia dello Sviluppo e Fenomenologia Genetica: rilanciare la proposta di Maurizio De Negri
G. Levi

Musicalità ed emozione
M. De Negri

Arte, Autenticità, Psicopatologia
M. De Negri

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